Democracy, Peace, Life: Essentials.

DEMOS - Democrazia Solidale Verona
La Comunità come fondamento della vita pubblica

Se vuoi la Pace, affronta la Complessità

Se vuoi la pace, affronta la complessità

Chiediamo di leggere piano. Perché le cose importanti non si capiscono di corsa.

“Un Jedi usa la Forza per saggezza e difesa, mai per attaccare.”
— Maestro Yoda, L’Impero colpisce ancora

Non avremmo mai pensato di arrivare fin qui. Immersi in una stagione dove la guerra è tornata a essere un fatto quotidiano, mentre avremmo dovuto ricordare e comprendere quanto costa e quanto segna le vite delle persone.

Eppure è così.

Colpisce la fatica, che riguarda tutti, di mantenere uno sguardo non intermittente sul dolore. Le mobilitazioni per Gaza esprimono una reazione forte e comprensibile di fronte a una devastazione che investe lo spazio civile e i civili stessi.

Accanto a ciò, molte altre guerre continuano a produrre vittime innocenti, sfollamenti, fame ed esclusione, senza riuscire a entrare stabilmente nell’attenzione pubblica. Non perché siano meno gravi, ma perché la nostra sensibilità finisce spesso per essere guidata dall’urgenza della cronaca e dall’agenda delle notizie mainstream. Non abituarsi all’oblio significa anche questo: provare a non delegare ad altri la scelta di ciò che merita indignazione e cura.

Il dolore non dovrebbe essere mai selettivo. E la giustizia non può dipendere dall’agenda del momento.

Si potrebbe tacere. Ma non sarebbe per amor di pace. Non quando si sentono parole contro il “popolo ebraico”, come se Israele non fosse uno Stato — il cui governo è criticabile, anche duramente, fino a essere esecrabile nel giudizio storico e politico — e l’Ebraismo non fosse una religione.

Due cose diverse.

L’antisemitismo è una ferita che attraversa la storia europea. Dimenticarlo, o lanciarsi in vergognosi giustificazionismi, non rende più giusti: rende solo più fragili.

Essere coerenti significa anche questo: stare con chi chiede libertà a Teheran. Stare con chi non accetta che le proprie città diventino territorio di milizie armate, riconoscibili per un’estetica del potere inquietante, che trasforma l’ordine in rappresentazione. Occorre stare dove la libertà manca, anche quando farlo non porta consenso. La lista sarebbe lunga e purtroppo gli operai sono pochi.

Per troppo tempo abbiamo pensato che la democrazia fosse un bene acquisito. Non lo è.

Siamo circondati da sistemi che mantengono le forme democratiche ma ne svuotano la sostanza. Regimi che votano, ma non ascoltano; che parlano in nome del popolo, ma temono i cittadini; che chiedono consenso, ma non accettano il conflitto.

La democrazia implica libertà e normalità, direbbe Tina Anselmi. Ma la libertà è fragile. Può essere violata, piegata, occupata. Per questo la democrazia ha bisogno di protezione.

Proteggere non significa cercare lo scontro. Significa assumersi la responsabilità di non lasciare campo libero alla forza. Quando ciò che è giusto e fragile viene aggredito, l’inerzia non è neutralità: è rinuncia.

In Veneto questa responsabilità ha avuto anche il volto di Tina. Aveva diciassette anni quando scelse di diventare staffetta partigiana. Non imbracciò un’arma, ma la bicicletta. Si espose. Portò messaggi, attraversò posti di blocco, rischiò l’arresto, la violenza brutale e la morte. Lo fece per coscienza, non per ideologia.

Quella scelta non finì con la guerra. Continuò nelle istituzioni, nel lavoro paziente e spesso solitario per dare forma a una democrazia capace di proteggere i più deboli e di indagare anche i più potenti, senza mai separare la libertà dalla responsabilità.

Il problema è che, davanti a questa fatica, spesso scegliamo la scorciatoia. La semplificazione.

Semplificazioni gentili, rassicuranti.

Semplificazioni che dividono il mondo in buoni e cattivi.

Semplificazioni che assolvono, “a fin di bene”.

Semplificazioni che trovano sempre un colpevole lontano.

Le semplificazioni di velluto non reprimono: invogliano soavemente a smettere di esserci, ad addormentarsi su una pagina social.

Ma la democrazia non vive di assenze. Vive di partecipazione, di conflitto regolato, di responsabilità condivisa, di educazione alla complessità: ciò che resiste alle risposte facili senza rinunciare alla comprensione.

Proteggere la democrazia significa allora costruire argini. Non muri, non chiusure. Argini che impediscano alla violenza di tracimare, che rendano il conflitto affrontabile, che difendano la libertà senza negarla.

Anche la nostra storia lo dice. La Resistenza fu lotta antinazifascista. Nei territori di confine dovette confrontarsi anche con pressioni politiche oltrefrontiera. Alcune esperienze rifiutarono ogni riduzione della Resistenza a strumento di parte, perché sapevano che la libertà o è di tutti, o non dura.

La Osoppo Friuli, che qui commemoriamo, rifiutò di diventare strumento di parte, pagando quel rifiuto con l'eccidio di Porzûs.

Il pacifismo, se vuole restare tale, non può rispondere a sfide nuove con riti novecenteschi. Deve accettare di interrogarsi, anche quando le domande sono laceranti, senza rifugiarsi né nella purezza né nel silenzio.

Dietrich Bonhoeffer, pacifista radicale e oppositore del nazismo, arrivò a partecipare al complotto contro Hitler all’interno dell’apparato militare tedesco. Non perché avesse rinnegato la pace, ma perché rifiutò l’innocenza morale di fronte al male.

Arrestato, fu impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg il 9 aprile del 1945. La sua scelta non ci chiede soltanto se un pacifismo autentico possa attraversare il conflitto che il male impone, ma come farlo, quando la via armata è rifiutata e restano solo responsabilità, rischio e decisione.

E non c’è nulla che assolva per il semplice fatto di sentirsi moralmente innocenti.

Immagine — Lapide commemorativa alle Malghe di Porzûs.
BOLLA, nome di battaglia di Francesco De Gregori, 7 febbraio 1945, Malghe Porzûs.
ENEA, nome di battaglia di Gastone Valente, 7 febbraio 1945, Malghe Porzûs.
ERMES, nome di battaglia di Guido Pasolini, 12 febbraio 1945, Bosco Romagno – Malghe Porzûs.

DEMOS – VERONA

 
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