Un ponte per ciò che ancora non c'è
È il modo in cui scegliamo di camminare.»
Non è facile uscire dalla propria zona di sicurezza e mettersi in cammino alla ricerca di persone che condividano aspirazioni, inquietudini e valori, magari senza avere conoscenza le une delle altre.
A meno di un anno dalle elezioni comunali di Verona, il Direttivo di Demos - Democrazia Solidale si è riunito per decidere di attraversare il fiume della propria incertezza per tessere una rete di partecipazione alla contesa elettorale.
Non chiediamo a nessuno un passo affrettato, né un'obbedienza preventiva. Chiediamo soltanto la disponibilità a incontrarsi con rispetto, perché ogni cammino politico autentico comincia dal riconoscimento dell'altro.
Veniamo da quattro anni di amministrazione, confronti, risultati e contraddizioni.
Non l'iniziale insuccesso elettorale né le discussioni più aspre hanno sgretolato il nostro gruppo di lavoro. In questo tempo si è formato un nucleo coeso, ma non uniforme: capace di discutere senza dissolversi, di dissentire senza trasformare ogni differenza in contrasto. Un avamposto raro, dove l'amicizia viene prima di tutto.
Non è poco.
Una scelta contro il linguaggio dell'ostilità
Viviamo in un ambiente politico nel quale non si fa risparmio di illazioni, sospetti e diffidenze.
Noi vogliamo tentare una strada diversa.
Non per ingenuità, ma per scelta.
Occorrono più forza e più disciplina per ascoltare davvero che per alzare la voce; più coraggio per costruire una relazione che per interromperla.
La mitezza non elimina il conflitto e non pretende che tutte le opinioni siano equivalenti. Chiede però di non trasformare il conflitto nella distruzione morale dell'altro.
Significa rifiutare l'idea che una persona coincida interamente con il proprio errore, la propria appartenenza o la voce che gli altri le hanno attribuito.
Non vogliamo una politica senza conflitti.
Vogliamo una politica nella quale il conflitto non diventi disprezzo, umiliazione o sospetto permanente.
Un tavolo prima del simbolo
Il ponte, in prima istanza, tocca attraversarlo a noi.
Ma non solo a noi. Attorno al tavolo si stanno radunando persone provenienti da esperienze diverse: amministratori, militanti, associazioni: testimoni di impegno sociale e battaglie spesso condotte in solitudine.
Prima ancora di scegliere un nome o un simbolo, abbiamo scelto di riconoscerci e di interrogarci.
Questo testo nasce da quel tavolo.
Demos è un partito, con una storia, un'identità e radici che non intendiamo recidere. Ma ciò che stiamo cercando di costruire non è la semplice estensione di un partito, o la compilazione ponderata di una lista elettorale, ma un soggetto politico degno di questi tempi.
È un metodo: ascoltare prima di decidere, negoziare invece di imporre, costruire ponti tra persone che oggi faticano persino a parlarsi.
Chiunque pratichi davvero questo metodo sta già facendo una parte del cammino con noi, con o senza il nostro simbolo addosso.
Ascoltare prima di decidere.
Negoziare invece di imporre.
Riconoscere dignità anche all'avversario.
Difendere le proprie convinzioni senza avvelenare lo spazio comune.
Accettare che il confronto possa cambiare anche noi.
Radici dichiarate, dialogo aperto
Le nostre radici affondano nel cristianesimo sociale e nel cattolicesimo democratico, nella tradizione laburista, azionista e nell’europeismo..
Le portiamo apertamente nel dialogo, sullo stesso piano di quelle altrui:
Dalla dottrina sociale cristiana traiamo la convinzione che nessuna persona possa essere considerata uno scarto e che ciò che facciamo al più piccolo ricade sull'intera comunità. Ma l'io non diventa noi se ciascuno, per primo, non decide di accendere la propria lanterna sotto il moggio — nel privato, prima ancora che nel pubblico.
Dalla cultura del lavoro impariamo che la dignità non è un premio da concedere, ma una condizione da garantire.
Dall'azionismo riceviamo il senso della responsabilità personale, della competenza e delle istituzioni.
Dall'europeismo assumiamo l'idea che nessuna comunità possa salvarsi chiudendosi e che le identità più profonde non abbiano bisogno di muri per esistere.
Gli danno una direzione.
Da qui nasce una nuova esperienza
Da queste esperienze e da questo metodo vogliamo far nascere, insieme a chi si siederà con noi, qualcosa che per ora non denominiamo, possiamo definirlo un Cantiere aperto.
Non un'etichetta da difendere già, ma un percorso che si dipana verso una nuova forma di azione politica — che il tavolo, quando sarà pronto, potrà anche decidere di chiamare come vuole.
Un luogo nel quale socialità, partecipazione e sviluppo possano convivere senza che una dimensione cancelli le altre.
Prima di tutto, socialità
Una comunità si misura da come tratta chi ha meno voce, meno forza e meno possibilità.
Sanità, scuola e casa non sono soltanto capitoli di bilancio. Dicono quanto una società sia capace di prendersi cura di sé stessa.
Partecipazione
Non come spettacolo, ma come diritto e responsabilità.
Partecipare significa informarsi, studiare, ascoltare e assumersi una parte del peso delle decisioni comuni.
Sviluppo compatibile
Crediamo nel progresso, ma anche nel limite. L'economia deve ridurre le distanze, non ampliarle.
Il lavoro è reddito, ma è anche dignità quotidiana. Il territorio non è uno spazio vuoto da consumare: possiede una storia, una personalità e un futuro da custodire.
Non un programma chiuso, ma delle bussole
Non presentiamo ancora un programma definitivo.
Presentiamo delle bussole, ancora grezze, ma riconoscibili.
La giustizia sociale.
La cura delle persone e dei luoghi.
La sanità, la scuola e la casa come beni comuni.
La dignità del lavoro.
Il rispetto della vita, umana e non umana.
La responsabilità verso le generazioni future.
L'Europa come casa politica e culturale.
La pace come comportamento quotidiano.
Il quartiere come forma di vita.
La dimensione spirituale della politica
Per noi la pace non è soltanto una parola da pronunciare nelle grandi occasioni.
Comincia nel modo in cui parliamo di chi non la pensa come noi, nel rifiuto dell'umiliazione e nella capacità di non rispondere a ogni offesa con un'offesa più grande.
Forse persino spirituale.
La nostra idea di pace nasce da qui: dal basso, nei gesti quotidiani, nella scelta del dialogo invece dello scontro permanente, della comprensione invece del sospetto automatico.
Non siamo santi e non pretendiamo di esserlo. Sbaglieremo ancora.
Ma vogliamo provare a vivere la politica senza perdere l'umanità, la cultura e il senso del limite.
Sul ponte
Non esistono certezze assolute ma ci attraversa un'assoluta curiosità.
Non sono una promessa di perfezione.
Sono una ragione sufficiente per tentare il cammino.
le vostre proposte e le vostre obiezioni.
Questo non è un punto d'arrivo. È l'apertura di un cantiere.
Un Cantiere non si costruisce con pochi che decidono per tutti, ma con molte persone capaci di portare competenze, memoria, materiali da costruzione, immaginazione e dubbi sinceri.
Chiediamo soltanto lealtà nel confronto e rispetto nelle relazioni.
Se in queste parole avete riconosciuto qualcosa di vostro, scriveteci. Venite a cercarci. Portate le vostre proposte, ma anche i vostri dubbi e le vostre obiezioni.


