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DEMOS - Democrazia Solidale Verona
La Comunità come fondamento della vita pubblica

Compriamo quel Campo

Vendiamo tutto e compriamo quel campo

Perché l’accoglienza è una scelta di luogo

C’è un momento, nella politica come nella vita, in cui non basta più aggiustare ciò che c’è. Non basta rendere abitabile, non basta rendere agibile. Occorre scegliere.

La parabola evangelica del tesoro nascosto nel campo racconta proprio questo: qualcuno scopre un valore tale da spingerlo a vendere tutto ciò che possiede pur di acquistare quel luogo. Non per follia, non per rinuncia, ma perché ha compreso che lì — e solo lì — vale la pena stare.

L’accoglienza, nel suo significato più profondo, ha a che fare con questa scelta. Non è un gesto astratto, né un principio morale sganciato dalla realtà. Accogliere significa raccogliere insieme verso un luogo. Senza un luogo, non c’è raccolta. Senza uno spazio condiviso, l’accoglienza resta parola vuota.

L’etimologia stessa lo suggerisce: accogliere affonda le sue radici in ad-colligere, “raccogliere insieme verso di sé”. È un movimento che presuppone uno spazio da cui partire e uno spazio verso cui andare. Non si accoglie nel vuoto, non si accoglie ovunque: si accoglie sempre da qualche parte.

Per questo l’accoglienza non può essere pensata separatamente dal territorio. E non dal territorio amministrativo, tracciato da confini spesso arbitrari, ma dal territorio vissuto: fatto di orografia, di storia, di relazioni, di economie locali, di culture che si sono stratificate nel tempo.

È qui che prende forma l’idea di bioregione. Non come entità identitaria, né come nuova burocrazia, ma come collezione di luoghi. Luoghi differenti, imperfetti, diseguali, che però condividono un respiro comune: ambientale, sociale, culturale.

La bioregione non è ciò che esclude. È ciò che raccoglie. Non omologa, ma mette in relazione. Non cancella le differenze, le tiene insieme.

Accogliere, allora, non significa semplicemente “aprire le porte”, ma assumersi la responsabilità di uno spazio. Significa chiedersi se i luoghi che abitiamo — città, quartieri, territori — sono davvero capaci di raccogliere le fragilità, le migrazioni, le trasformazioni del nostro tempo, o se continuano a respingerle perché progettati per un mondo che non esiste più.

Dopo aver parlato di abitabilità e di agibilità, questo è il passo ulteriore: riconoscere che l’accoglienza è una scelta radicale di campo. Non un’emergenza da gestire, non una delega morale, ma una decisione politica su dove investire tempo, risorse, immaginazione.

Qui il multilivello diventa concreto: comunità, territorio, bioregione, Stato, Europa, mondo. Non sono compartimenti separati, ma piani che si influenzano. Se ne ignoriamo uno, gli altri si deformano. Se li teniamo insieme, diventano finalmente governabili.

Pensare la bioregione significa anche riconoscere che la vita reale attraversa i confini: bacini, dorsali, pianure, città collegate da lavoro e scambi, culture contigue, filiere economiche e ambientali che non si fermano davanti a una linea sulla mappa. I confini amministrativi restano necessari, ma non possono essere l’unico modo con cui comprendiamo e organizziamo il mondo.

Ma parlare di bioregione significa anche parlare di sviluppo. Un mondo sostenibile non può reggersi su filiere iper-globalizzate, fragili e opache, che attraversano oceani per produrre beni intercambiabili, scaricando altrove costi ambientali e sociali. Navi che attraversano il Pacifico per portarci statuine del presepe di plastica raccontano bene l’assurdità di un modello che ha separato produzione, consumo e responsabilità.

Una bioregione sostenibile, invece, prova a ricucire ciò che è stato separato: agricoltura di prossimità e trasformazione locale, manifattura e territorio, lavoro e ambiente. Significa rafforzare filiere agricole, industriali ed energetiche radicate nei luoghi; progettare la gestione delle eccedenze e dei rifiuti come parte della filiera, non come problema da esportare; restituire dignità economica a chi produce, ripara, trasforma.

Bioregione non significa chiudersi. Significa riordinare le dipendenze. Ed è qui che la dimensione europea diventa decisiva. Un’Europa sostenibile non è un mercato unico senza luoghi, ma una rete di territori capaci di produrre valore e di scambiarlo senza distruggere ciò che li sostiene.

La nuova economia europea non può basarsi solo sulla competizione tra territori. Deve fondarsi su complementarità, cooperazione, regole comuni che impediscano dumping ambientale e sociale. L’Europa regge se le bioregioni sono forti, e le bioregioni reggono se l’Europa è giusta.

Se l’abitabilità ci ha insegnato che una città è fatta di relazioni e dignità; se l’agibilità ci ha mostrato che senza partecipazione la democrazia si restringe; l’accoglienza ci chiede di compiere l’ultimo passo: costruire luoghi capaci di raccogliere insieme, senza trasformare la fragilità in scarto, la differenza in problema, la complessità in paura.

Accogliere non è un atto che si improvvisa. È una scelta che chiede tempo, responsabilità, radicamento. Chiede di sapere da dove si parte e verso dove si vuole andare.

Nei Vangeli, chi scopre il tesoro non lo porta via di nascosto. Vende tutto e compra il campo. Si assume il peso del luogo, perché ha compreso che il valore non è l’oggetto, ma lo spazio che lo rende possibile.

Dopo aver abitato, dopo aver reso agibile, il tempo che ci è dato chiede questo ultimo passo: scegliere i luoghi da cui e verso cui raccogliere ciò che è disperso.

Vendere tutto e comprare quel campo, oggi, significa avere il coraggio di scegliere dove costruire futuro. Non ovunque. Ma insieme.

DEMOS – VERONA

 
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